7) Leibniz. La materia non produce n sensazioni, n ragionamenti.
Non  lecito negare ci che non si capisce se non quando ci che
si nega sia inintelligibile e inesplicabile. Da questo principio
Leibniz deduce il suo diritto a negare l'origine del pensiero
dalla materia prorpio perch questo fenomeno di per s
inintellegibile.
G. W. Leibniz, Nuovi saggi sull'intelletto umano, Prefazione.

Su tutto ci osservo, prima di giungere a spiegare la mia
dottrina, che senza alcun dubbio la materia  altrettanto poco
capace di produrre meccanicamente una sensazione quanto di
produrre la ragione, come il nostro autore riconosce; che, in
verit, ammetto che non  concesso negare ci che non si capisce:
aggiungendo, per, che si ha diritto di negare (almeno nell'ordine
naturale) ci che  assolutamente inintelligibile e inesplicabile.
Sostengo, inoltre, che le sostanze (materiali o immateriali) non
possono essere concepite nella loro essenza nuda senza attivit, e
che l'attivit appartiene all'essenza della sostanza in generale;
e che, infine, la capacit di capire delle creature non  la
misura del potere di Dio, ma che la loro concettivit, o forza di
concepire,  la misura del potere della natura: tutto ci che 
conforme all'ordine naturale pu essere concepito o inteso da una
qualche creatura.
[...].
Per quel che ora riguarda il pensiero, non c' dubbio - e l'autore
lo riconosce pi d'una volta - che questo non pu essere una
modificazione intelligibile della materia; ossia, che l'essere
senziente, o pensante, non  una cosa meccanica, come un orologio
o come un mulino: quasi si potessero concepire grandezze, figure e
movimenti la cui composizione meccanica possa produrre qualcosa di
pensante, o anche il senziente, in una massa non dotata di tali
propriet, che tornerebbe a perderle quando la macchina si
guastasse. Non  dunque una propriet naturale alla materia di
sentire e il pensare. In essa, ci non pu accadere che in due
modi: o perch Dio vi congiunga una sostanza a cui sia naturale il
pensare, o perch Dio vi ponga il pensiero per miracolo. Su ci,
dunque, condivido del tutto l'opinione dei cartesiani, salvo che
la estendo fino alle bestie, ammettendo che anch'esse abbiano
sensibilit e anime immateriali (per parlare propriamente), e
altrettanto poco corruttibili quanto gli atomi di Democrito o di
Gassendi; mentre i cartesiani si trovano continuamente in
imbarazzo di fronte alle anime delle bestie, e non sanno che cosa
farne, ammettendo che si conservino (non avendo pensato ad
ammettere la conservazione dell'animale, in dimensioni ridotte):
sicch sono costretti a rifiutare alle bestie anche la
sensibilit, contro tutte le apparenze, e contro il sano giudizio
del genere umano.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 214 e 215-216.
